Metodo

Il problema decisivo è interrogarsi costantemente su quali modalità e atteggiamenti favoriscano in concreto il “conoscere”, cioè la possibilità che il ragazzo scopra qualcosa di interessante e di persuasivo. A partire da questo, l’educazione, come un “fare conoscere sé”, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze:

  1. Serietà nell’affronto dei problemi, a partire da un’osservazione attenta e intelligente, che permetta di capire quale sia il metodo più adeguato per l’affronto del problema stesso. Il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà che ho di fronte; individuare il metodo più adeguato è un aspetto decisivo del percorso di apprendimento.
  1. Tensione costante al senso di ciò che si sta facendo, per tentare di ricondurre il gesto particolare a un significato che sia interessante per lo studente che lo sta compiendo. Questo aspetto si esplicita nelle domande: “Ho capito veramente? A cosa mi serve conoscere o sapere questo? Perché accade così?”, affinché la conoscenza non sia solo passiva, ma attiva e significativa.

Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in una relazione autentica tra docente e discente. Fondamentale è l’attenzione all’aspetto relazionale e al rapporto di fiducia reciproca che si costruisce nel tempo. Questo impone un triplice impegno nell’attività didattica:

  1. Far capire bene ciò che si insegna, cioè in modo chiaro e comprensibile, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo
  1. Far apprendere al ragazzo un metodo di lavoro che possa essere usato in modo sempre più personale e autonomo
  1. Far vedere concretamente in che modo ciò che un docente spiega sia pertinente all’esperienza concreta del ragazzo Quest’ultimo punto è essenziale poiché riteniamo che la cultura sia soprattutto un “modo di vivere”, non solo un “modo di pensare”.

Un insegnamento così inteso non può certo essere attuato da un insieme di docenti fra loro non coordinati: la struttura associativa considera decisiva l’unità tra le figure educanti e coordina un team di docenti abituati a lavorare in gruppo e a confrontarsi. La collaborazione, senza ledere il principio della libertà di insegnamento, può diventare anche “didattica”, che sfoci in un giudizio comune sulla attività svolta e sulla sua modalità attuativa.